Un uomo pericoloso in un sistema pericoloso
Tra gli ufficiali dell’esercito imperiale giapponese, pochi incarnano lo spirito del gekokujō (下克上) — letteralmente “chi sta sotto rovescia chi sta sopra” — quanto Tsuji Masanobu (1902–1968?). Era la tendenza, endemica nell’esercito giapponese degli anni ‘30, di ufficiali subalterni che agivano di propria iniziativa, ignorando o aggirando la catena di comando, spesso con conseguenze catastrofiche.
Tsuji non fu solo un prodotto di questo sistema: ne fu uno dei massimi artefici. Carrierista spietato, maestro nell’autopromozione e nell’attribuire ad altri i propri fallimenti, Tsuji attraversò la storia del Giappone bellico come una scheggia impazzita — causando una guerra non autorizzata contro l’Unione Sovietica, pianificando invasioni fulminee e massacri di prigionieri, e infine sparendo nel nulla in Laos in circostanze mai chiarite.
Lo storico John W. Dower lo descrisse come “un ideologo fanatico e ufficiale di stato maggiore patologicamente brutale”. I file della CIA, desecretati nel 2005, lo definirono “il tipo d’uomo che, data l’occasione, scatenerebbe la Terza Guerra Mondiale senza alcun rimorso”.
Origini e formazione
Tsuji Masanobu nacque l’11 ottobre 1902 nel villaggio di Okumura, distretto di Higashitani, nella città di Kaga, prefettura di Ishikawa, terzo di quattro fratelli. Proveniva da una famiglia di modeste condizioni, ma la sua intelligenza e ambizione lo spinsero presto verso la carriera militare.
Nel 1918 entrò nella Scuola Militare Regionale di Nagoya, diplomandosi con il massimo dei voti. Proseguì alla Scuola Militare Centrale e poi all’Accademia dell’Esercito (Rikugun Shikan Gakkō), dove si diplomò di nuovo primo della classe nel luglio 1924.
Nel 1928 entrò all’Università Militare (Rikugun Daigakkō), l’istituto d’élite che formava gli ufficiali di stato maggiore. Qui accadde un episodio rivelatore: si diplomò terzo, ma aveva deliberatamente escluso il suo mentore dalla graduatoria per non essere oscurato — un primo segno del suo cinismo calcolatore.
Promosso maggiore nel 1933, tenente colonnello nel 1938 e colonnello nel 1943, la sua ascesa fu rapida. Ma la sua carriera fu costruita anche sulle macerie di quelle altrui.
Nomonhan: la guerra che Tsuji causò da solo
L’episodio che più di ogni altro definisce Tsuji è l’incidente di Nomonhan (chiamato Battaglia di Khalkhin Gol dai sovietici), un conflitto di confine tra Giappone e Unione Sovietica scoppiato tra maggio e settembre 1939.
Il contesto
Dopo l’istituzione del Manciukuò (1932), lo stato fantoccio giapponese in Manciuria, i confini con la Repubblica Popolare Mongola — alleata dell’URSS — erano vaghi e contestati. Il Kwantung Army, l’esercito giapponese di stanza in Manciuria, era un corpo semiautonomo spesso refrattario al controllo di Tokyo.
Nell’aprile 1939, Tsuji — membro della 3ª Sezione del Kwantung Army — redasse le “Linee guida per la gestione dei conflitti di confine”, un documento che di fatto autorizzava i comandanti locali ad attaccare oltre il confine e a determinare autonomamente il tracciato del confine stesso. Era una licenza di guerra.
La prima fase
L’11 maggio 1939 scoppiò un incidente nell’area contesa dei rilievi di Nomonhan, rivendicata sia dal Manciukuò che dalla Mongolia. Tsuji, basandosi sulle proprie linee guida, dichiarò che l’esercito mongolo aveva oltrepassato il confine e diede l’ordine di attaccare. Lo scontro tra le guardie di frontiera del Manciukuò e l’esercito mongolo si trasformò rapidamente in un conflitto diretto tra Giappone e URSS.
L’aviazione giapponese tenne inizialmente testa a quella sovietica, ma le forze di terra subirono una schiacciante sconfitta. I sovietici avevano una superiorità numerica di 3 a 1, e i loro carri armati — i BT-5 e BT-7 — erano tecnologicamente superiori ai mezzi corazzati giapponesi.
La seconda fase: disobbedienza aperta
Il governo giapponese, già impegnato nella guerra in Cina, non poteva permettersi un conflitto su vasta scala con l’URSS. All’inizio di giugno, lo Stato Maggiore di Tokyo emanò ordini chiari: “Attaccate una volta, poi ritiratevi. È proibito il bombardamento aereo oltre il confine.”
Inoltre, il colonnello Tominaga arrivò personalmente da Mosca per avvertire il Kwantung Army che l’Unione Sovietica stava massicciamente rinforzando le sue truppe. Tsuji ignorò l’avvertimento e l’ordine diretto dello Stato Maggiore.
Con l’appoggio del ministro dell’Esercito Itagaki Seishirō, il 27 giugno 1939 Tsuji diede inizio alla seconda fase di Nomonhan, ordinando un attacco aereo oltre il confine. Salì personalmente su un bombardiere per partecipare al raid e verificare i risultati.
Ma l’URSS aveva sostituito il comandante locale con un generale di eccezionale talento: Georgij Žukov, futuro artefice della difesa di Mosca e della conquista di Berlino. Sotto la sua guida, le forze sovietico-mongole lanciarono una poderosa offensiva che a fine agosto accerchiò e distrusse gran parte delle forze giapponesi.
Le conseguenze
Le perdite giapponesi a Nomonhan furono enormi: circa 20.000 tra morti e feriti, un disastro militare che scosse profondamente l’esercito. Eppure Tsuji non fu mai punito. Anzi, grazie alle sue abilità politiche e alla protezione di superiori compiacenti, continuò a essere promosso.
Lo Stato Maggiore insabbiò l’intera faccenda. Tsuji stesso, anni dopo, scrisse che l’esperienza della potenza di fuoco sovietica lo convinse a opporsi all’attacco all’URSS nel 1941 — una posizione che paradossalmente gli diede credibilità tra i vertici. Ma la lezione era egoistica: non aveva imparato a non disobbedire, ma a disobbedire solo quando conveniva.
Nota: il generale Ryukichi Tanaka testimoniò dopo la guerra che “il più determinato fautore della guerra contro gli Stati Uniti era Tsuji Masanobu.” Nomonhan gli aveva insegnato a temere l’Armata Rossa, non a rispettare la disciplina.
La guerra del Pacifico: genio tattico o carnefice?
Nonostante il disastro di Nomonhan, Tsuji fu protetto e trasferito a Taiwan, dove contribuì a organizzare la scuola di guerra nella giungla dell’esercito. Assegnato poi alla Sezione Operazioni dello Stato Maggiore, divenne un fervente sostenitore della guerra contro Stati Uniti e Gran Bretagna. Si dice che nel 1941 abbia persino pianificato l’assassinio del primo ministro Konoe, qualora questi avesse raggiunto la pace con gli USA.
La conquista della Malesia
Tsuji sviluppò i piani dettagliati per la invasione giapponese della Malesia (dicembre 1941 — gennaio 1942), una campagna fulminea che culminò con la caduta di Singapore. La strategia — avanzare velocemente attraverso la giungla con biciclette e carri leggeri, aggirando le posizioni fortificate britanniche — fu un capolavoro di pianificazione operativa. Tsuji si guadagnò il soprannome di “Dio della Strategia” (God of Strategy, 作戦の神).
Ma la stessa mente che pianificava invasioni fulminee era anche responsabile di atrocità indicibili.
Sook Ching e Bataan
A Singapore, Tsuji fu tra i pianificatori del Sook Ching (肃清, “purga”), il massacro sistematico di decine di migliaia di civili cinesi come “screening” anti-sovversivo tra il febbraio e il marzo 1942. Le vittime — stimate tra 25.000 e 50.000 — venivano selezionate sommariamente e giustiziate sulle spiagge o in mare aperto.
Nelle Filippine, fu coinvolto nella Marcia della Morte di Bataan (aprile 1942), in cui circa 75.000 prigionieri di guerra filippini e americani furono forzati a marciare per 105 km sotto il sole tropicale senza acqua né cibo, con migliaia di esecuzioni sommarie lungo il percorso. Si stima che morirono tra 5.000 e 18.000 filippini e tra 500 e 650 americani. Tsuji diresse personalmente il massacro di Pantingan River, dove i prigionieri troppo deboli per proseguire venivano giustiziati.
Guadalcanal
Inviato a Guadalcanal nel 1942, Tsuji pianificò e guidò l’ultima grande offensiva giapponese il 23-24 ottobre. L’attacco fallì. Ma Tsuji, a differenza di molti suoi colleghi, riconobbe la sconfitta: andò a Tokyo per raccomandare personalmente l’evacuazione delle truppe superstiti. La sua franchezza impressionò persino l’imperatore.
Birmania e cannibalismo
Nel 1944, Tsuji fu inviato in Birmania, dove le forze giapponesi erano state respinte a Imphal. Assegnato alla 33ª Armata, continuò a pianificare operazioni con la sua consueta arroganza, ma anche con episodi di coraggio personale — una volta calmò il panico tra le truppe facendosi un bagno sotto il fuoco nemico.
In Birmania si macchiò di un crimine agghiacciante: praticò il cannibalismo su un aviatore americano o britannico catturato. Dichiarò: “Più ne consumiamo, più saremo infusi di spirito ostile verso il nemico.” L’episodio è documentato nelle fonti storiche e citato dallo studioso Yuki Tanaka in Hidden Horrors.
La fuga e il ritorno
Con il crollo della posizione giapponese in Birmania nel 1945, Tsuji fuggì prima in Thailandia, poi in Cina. Qui fu al contempo prigioniero e impiegato dell’intelligence cinese, rinnovando contatti stabiliti durante un precedente incarico a Nanchino.
Nel 1948 gli fu permesso di lasciare il servizio cinese e tornare in Giappone. Non fu mai processato per crimini di guerra. Come molti ufficiali di stato maggiore, aveva documenti e protettori che lo misero al riparo dai Tribunali di Tokyo.
In Giappone iniziò una nuova carriera come scrittore e politico. Il suo libro di memorie Senkō Sanzenri (潜行三千里, “Tremila miglia in incognito”), che raccontava i suoi anni in clandestinità, divenne un bestseller. Nel 1952 fu eletto alla Camera dei Rappresentanti, e nel 1959 al Senato.
Negli anni ‘50 lavorò anche per l’intelligence americana insieme a Takushiro Hattori. I file della CIA desecretati nel 2005 lo descrivono come un agente di “nessun valore per mancanza di competenza politica e manipolazione delle informazioni” — ma anche come un uomo capace di scatenare guerre per ambizione personale.
La scomparsa in Laos
Nell’aprile 1961, Tsuji partì per il Laos — un paese già sconvolto dalla guerra civile — e non fu mai più visto. Fu dichiarato morto il 20 luglio 1968.
Le circostanze della sua scomparsa restano avvolte nel mistero:
- Potrebbe essere stato ucciso nel conflitto laotiano
- Potrebbe essere diventato un consigliere per il governo nordvietnamita
- Alcuni dossier suggeriscono che avesse contatti con i Pathet Lao e i servizi segreti cinesi
Di certo, un uomo che aveva passato la vita a muoversi tra le ombre della geopolitica asiatica trovò nella giungla laotiana una fine all’altezza della sua leggenda: nessuna certezza, solo speculazioni.
Giudizio storico
Tsuji Masanobu fu tutto e il contrario di tutto: tatticamente brillante e strategicamente disastroso, carismatico e patologico, coraggioso e crudele. Causò la morte di decine di migliaia di persone — soldati giapponesi mandati a morire per la sua ambizione, prigionieri massacrati senza pietà, civili uccisi in purghe sistematiche — e non pagò mai per nessuna di queste azioni.
Il suo soprannome giapponese, “il generale sciocco”, è però fuorviante. Tsuji non era uno sciocco: era un opportunista geniale e senza scrupoli che capì perfettamente come funzionava il sistema dell’esercito imperiale e lo sfruttò fino all’ultimo. Se ci fu uno sciocco, fu il sistema che gli permise di prosperare.
La sua vita pone una domanda scomoda, ancora attuale: quanto può durare un sistema che premia l’arroganza, punisce chi dice la verità, e lascia impuniti i disastri causati dai carrieristi?
“Fallimento: colpa degli altri. Merito: tutto mio.” Questa frase, che apre il video da cui questo articolo è tratto, forse è il miglior epitaffio per Tsuji Masanobu.
Articolo basato sulla trascrizione e traduzione del video “日本軍の愚将辻政信の生涯” (La vita di Tsuji Masanobu, il generale sciocco dell’esercito giapponese), arricchito con ricerche da Wikipedia, archivi della CIA desecretati, e studi storici. Video originale: YouTube.
Fonti principali:
- John W. Dower, War Without Mercy (1986)
- Yuki Tanaka, Hidden Horrors: Japanese War Crimes in World War II (1996)
- CIA declassified files on Tsuji Masanobu (2005–2006)
- Alvin Coox, Nomonhan: Japan Against Russia, 1939 (1985)