Lo scenario: il Giappone diviso dopo Hideyoshi
Nel 1598, Toyotomi Hideyoshi — il secondo grande unificatore del Giappone — morì a Fushimi, lasciando un vuoto di potere che il paese non poteva permettersi. Il suo erede, Toyotomi Hideyori, aveva appena cinque anni. Per governare fino alla maggiore età del bambino, Hideyoshi aveva istituito un consiglio di cinque reggenti (go-tairō) e cinque amministratori (go-bugyō). Tra i reggenti c’erano Tokugawa Ieyasu, il più potente signore del Giappone orientale, e Ishida Mitsunari, un abile amministratore ma un comandante militare senza carisma.
Le tensioni tra i due erano esplosive. Ieyasu violò apertamente il divieto di alleanze matrimoniali imposto da Hideyoshi, stringendo legami con potenti daimyo del nord. Mitsunari rispose organizzando una coalizione di signori dell’ovest, fedeli alla memoria dei Toyotomi. Nell’estate del 1600, il Giappone si divise in due: l’esercito orientale (Tokugawa) e l’esercito occidentale (Mitsunari). La guerra era inevitabile.
La mattina della battaglia
Il 21 ottobre 1600 — giorno detto “della scimmia e del metallo” secondo il calendario cinese — i due eserciti si trovarono faccia a faccia nella piana di Sekigahara, nella provincia di Mino (oggi prefettura di Gifu). Era una valle stretta, incassata tra colline boscose, avvolta da una fitta nebbia mattutina.
L’esercito occidentale di Mitsunari contava circa 80.000 uomini, schierati a ventaglio lungo le alture e i passi. L’esercito orientale di Ieyasu ne aveva circa 75.000. Sulla carta, le forze erano quasi equivalenti. Ma la disposizione delle truppe nascondeva una debolezza fatale.
Mitsunari, sospettoso di Kobayakawa Hideaki — un daimyo che si era già guadagnato una reputazione di volubilità — aveva preso una precauzione: aveva posizionato le forze di Kobayakawa (15.000 uomini) sul Monte Matsuo, leggermente separato dal resto dello schieramento occidentale. A controllarlo, aveva schierato quattro daimyo minori proprio ai piedi della collina: Akaza Naoyasu, Ogawa Suketada, Kutsuki Mototsuna e Wakisaka Yasuharu. In caso di tradimento di Kobayakawa, i quattro avrebbero dovuto bloccarlo o attaccarlo sui fianchi.
Mitsunari si fidava di loro? Non del tutto. Ma li riteneva abbastanza vincolati alla causa occidentale da non osare tradire.
Si sbagliava.
Il momento del tradimento
La battaglia iniziò intorno alle 8:00 del mattino. I primi scontri furono furiosi: le linee orientali, guidate da Fukushima Masanori e Ii Naomasa, caricarono le posizioni occidentali di Ukita Hideie e Shimazu Yoshihiro. Il combattimento era confuso, la nebbia si mescolava al fumo degli archibugi. Per ore, nessuno dei due eserciti riuscì a prevalere.
Intorno a mezzogiorno, Kobayakawa Hideaki — che dall’alto del Monte Matsuo osservava la battaglia senza muoversi — ricevette un messaggio urgente da Ieyasu: “È ora.” Ma Kobayakawa esitava. Voleva essere certo che Ieyasu avesse la meglio prima di esporsi.
Alla fine, dopo ripetute sollecitazioni e un ordine di Ieyasu di far sparare i suoi archibugi verso il Monte Matsuo in segno di minaccia, Kobayakawa si mosse. I suoi 15.000 uomini piombarono giù dalla collina — ma non contro le forze orientali. Attaccarono Ōtani Yoshitsugu, uno dei generali più fedeli di Mitsunari, sul fianco destro dello schieramento occidentale.
Era il tradimento che Mitsunari temeva. Eppure Ōtani, che lo aveva previsto, reagì con prontezza: le sue forze contrattaccarono, sostenute da Tsukamoto e Kinoshita Yoritsugu. Per un breve momento, respinsero Kobayakawa. Ma poi accadde l’imprevedibile.
Akaza Naoyasu, Ogawa Suketada, Kutsuki Mototsuna e Wakisaka Yasuharu — i quattro che Mitsunari aveva posizionato per tenere Kobayakawa sotto controllo — tradirono a loro volta.
Non si limitarono a non fermarlo: attaccarono essi stessi le forze occidentali. Le quattro armate insieme contavano oltre 14.000 uomini. Per l’esercito occidentale fu un colpo devastante.
Perché tradirono?
Le motivazioni dei quattro furono probabilmente un misto di opportunismo e paura. Kobayakawa era in movimento; se si fossero opposti a lui, sarebbero stati travolti dalla sua superiorità numerica e poi puniti da Ieyasu per non aver cambiato schieramento. Se invece lo avessero seguito, avrebbero potuto guadagnarsi il favore del vincitore.
Ma c’era anche un calcolo più sottile. I quattro sapevano di essere considerati signori minori, insignificanti nel grande gioco della politica nazionale. Il tradimento di Kobayakawa — il “grande” tradimento — avrebbe attirato tutta l’attenzione. Il loro, passando quasi inosservato nella confusione, avrebbe potuto garantirgli un posto nel nuovo ordine senza attirarsi l’odio personale di nessuno.
Invece, come vedremo, l’effetto fu l’opposto.
L’impatto immediato
L’effetto combinato dei due tradimenti — prima Kobayakawa, poi i quattro — fu istantaneo e catastrofico per l’esercito occidentale. Ōtani Yoshitsugu, circondato e senza possibilità di fuga, si tolse la vita con il seppuku. Le sue linee collassarono, e con loro il morale dell’intero schieramento occidentale.
Vedendo il crollo, molte altre unità occidentali cominciarono a disintegrarsi. Shimazu Yoshihiro, che aveva resistito valorosamente per tutta la mattina, fu costretto a sfondare le linee nemiche e ritirarsi — spezzando le insegne del suo clan perché i Tokugawa non potessero vantarsi di averle catturate.
Alle 14:00 la battaglia era sostanzialmente finita. Alle 17:00 Ieyasu spostò il suo quartier generale ai piedi del monte Nangu e iniziò l’ispezione delle teste dei comandanti nemici e l’udienza con i signori dell’esercito orientale. Intorno alle 20:00, i quattro traditori si presentarono davanti a lui, sperando in una ricompensa.
Non sapevano ancora cosa li aspettava.
La disparità di trattamento
Nonostante avessero tradito tutti insieme, nello stesso momento e per lo stesso scopo, le loro sorti divergono in modo drammatico. Wakisaka Yasuharu non solo mantenne il suo feudo di Awaji (33.000 koku), ma ricevette un aumento portandolo a 53.000 koku. Kutsuki Mototsuna vide il suo feudo di Omi Kutsuki ridotto da 20.000 a 9.600 koku. Akaza Naoyasu ed Ogawa Suketada persero tutto — Echizen Imajō (20.000 koku) e Iinoya (70.000 koku) furono confiscati senza appello.
La cerimonia di ricompensa, tenutasi lo stesso giorno della battaglia, fu un teatro di umiliazioni. Quando Kutsuki si presentò — affidandosi al suo vecchio conoscente Hosokawa Tadaoki per intercedere — Ieyasu lo interruppe con parole gelide: “Se c’è promozione, c’è anche retrocessione. Anche se fossi stato tra i nemici, non sarebbe stata una mancanza di lealtà.” In altre parole: la tua presenza non faceva differenza.
Poco prima, Kuroda Nagamasa — che aveva combattuto per Ieyasu fin dall’inizio e si era speso per attirare Kobayakawa dalla parte orientale — era stato accolto con tutti gli onori. Ieyasu si era alzato dal suo scranno, lo aveva preso per mano e gli aveva regalato il suo pugnale personale, dicendo: “Finché durerà la casa Tokugawa, la famiglia Kuroda non sarà mai trattata con leggerezza.”
Non era una ricompensa preparata: era un dono di ciò che indossava, un gesto di onore supremo. Il contrasto con i quattro traditori non poteva essere più netto.
L’attacco al castello di Sawayama
Dopo la cerimonia, i quattro traditori — che avevano sopportato sguardi ostili da tutti i signori presenti — chiesero di potersi redimere. Volevano dimostrare di essere dalla parte dei Tokugawa, ottenere meriti sul campo e crearsi un posto.
Ieyasu acconsentì. Sotto il comando di Ii Naomasa, uno dei quattro guardiani di Tokugawa, partirono quella stessa notte alla volta del castello di Sawayama, difeso dal fratello minore di Mitsunari, Masazumi, e da Ōtani Yoshitsugu. L’assedio durò tre giorni. Ma il contributo dei quattro traditori in questa battaglia fu considerato trascurabile. Come Ieyasu aveva già lasciato intendere, erano troppo insignificanti per essere di qualche utilità — anche dopo aver tradito.
Perché Wakisaka fu ricompensato e gli altri no?
La differenza di trattamento non fu arbitraria — e ci dice molto su come funzionava la società dei samurai.
Il lignaggio. Wakisaka Yasuharu apparteneva a un’antica famiglia. Era un valoroso generale che aveva servito Toyotomi Hideyoshi fin dai tempi di Nagahama, prima che Hideyoshi diventasse l’uomo più potente del Giappone. Era un veterano di provata esperienza. Akaza e Ogawa, al contrario, erano signori minori che avevano ottenuto i loro feudi solo grazie a Hideyoshi — avventurieri senza radici, come venivano considerati.
Il comportamento in battaglia. Wakisaka era l’unico dei quattro ad aver combattuto fino all’ultimo prima di tradire. Aveva resistito valorosamente, e solo quando la sconfitta era certa aveva cambiato schieramento. Gli altri si erano arresi quasi subito. Ieyasu apprezzava il coraggio e l’onore, anche nei nemici. Wakisaka si era guadagnato il diritto di essere ricompensato.
L’utilità politica. Wakisaka era un daimyo rispettato, con una base di potere e un seguito. Ieyasu, costruendo il nuovo ordine, aveva bisogno di uomini così — combattenti valorosi con un nome da prestare legittimità al suo shogunato. Akaza e Ogawa erano, nella sua valutazione, pedine usa e getta.
Il destino individuale dei quattro
Wakisaka Yasuharu (脇坂安治) — 1554–1626
L’unico dei quattro a uscire vincitore. Mantenne il feudo di Awaji e ricevette un aumento sostanziale, venendo trasferito al dominio di Ōzu (53.000 koku) nella provincia di Iyo (oggi prefettura di Ehime). Il suo clan continuò a governare fino alla restaurazione Meiji. Wakisaka morì nel 1626 all’età di 72 anni, rispettato e al servizio dello shogunato che aveva aiutato a creare.
Kutsuki Mototsuna (朽木元綱) — 1549–1632
Il suo feudo di Omi Kutsuki fu dimezzato da 20.000 a 9.600 koku. Kutsuki chiese udienza a Ieyasu per spiegare che il tradimento era stato contro la sua volontà, ma Ieyasu non credette a una parola. Visse i suoi ultimi anni nel rimpianto, in un dominio ridotto a metà. Morì nel 1632.
Ogawa Suketada (小川祐忠) — 1549–1601
Perso Iinoya (70.000 koku), Ogawa fu ridotto a nulla. Morì solo un anno dopo Sekigahara, nel 1601 — alcuni dicono di malattia, altri di vergogna. La sua famiglia non si riprese mai.
Akaza Naoyasu (赤座直保) — ?–1628?
Anch’egli perse tutto. Il feudo di Echizen Imajō (20.000 koku) fu confiscato. Akaza visse da ronin per il resto della sua vita. Le registrazioni sulla sua morte sono frammentarie: alcune fonti la collocano intorno al 1628, altre la perdono del tutto.
Cosa insegna questa storia
Il tradimento a Sekigahara non fu giudicato solo in base al risultato. Contava chi eri, come avevi combattuto e che valore avevi per il nuovo ordine. Wakisaka era un uomo di valore e per questo fu ricompensato. Gli altri erano considerati insignificanti — e furono trattati come tali.
È la dura realtà del periodo Sengoku: un mondo in cui il merito contava, ma solo se accompagnato dal lignaggio giusto, dal comportamento giusto, e dalla percezione giusta del proprio valore. I quattro tradirono insieme, ma il loro valore era misurato in modo molto diverso.
Articolo basato sulla trascrizione e traduzione del video “関ヶ原の裏切り者、赤座・小川・朽木・脇坂のその後” (I traditori di Sekigahara: Akaza, Ogawa, Kutsuki, Wakisaka — cosa successe dopo), arricchito con ricerche da fonti storiche. Video originale: YouTube.
Fonti principali:
- Bryn, Samurai: The Story of Japan’s Great Warriors
- Turnbull, Stephen. The Samurai Sourcebook (1998)
- Turnbull, Stephen. Sekigahara 1600: The Final Struggle for Power (2003)
- Wikipedia — voci su Wakisaka Yasuharu, Akaza Naoyasu, Ogawa Suketada, Kutsuki Mototsuna
- Wikimedia Commons — immagine del paravento pieghevole della Battaglia di Sekigahara (https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Battle_of_Sekigahara_folding_screen.jpg)