Ritratto di Hirota Koki, Primo Ministro del Giappone (1936-1937)

Dopo il 26 febbraio: il Giappone cambia volto

Il 26 febbraio 1936, Tokyo si svegliò sotto la neve e sotto il fuoco. Un gruppo di ufficiali dell’esercito, appartenenti alla fazione radicale Kōdōha (“Fazione del Cammino Imperiale”), guidò circa 1.400 soldati in un tentativo di colpo di stato. Occuparono il centro della capitale, assassinarono il ministro delle Finanze Takahashi Korekiyo, il guardasigilli Saitō Makoto e il generale Watanabe Jōtarō, e ferirono gravemente il gran ciambellano Suzuki Kantarō. Il Primo Ministro Okada Keisuke si salvò per miracolo: i soldati uccisero per errore il cognato, scambiandolo per lui.

L’incidente del 26 febbraio (Ni-ni-roku jiken) fallì come colpo di stato — i ribelli si arresero dopo pochi giorni, e 17 ufficiali furono giustiziati. Ma il suo effetto sulla politica giapponese fu devastante e duraturo. La paura che un secondo o terzo incidente potesse accadere paralizzò la classe politica. Da quel momento, l’esercito imperiale giapponese smise di essere uno strumento del governo e ne divenne il padrone.

Questo articolo racconta i due governi che seguirono la crisi — Hirota Koki e Hayashi Senjurō — e il processo con cui il Giappone scivolò in un regime di semi-guerra.


La scelta del successore: Konoe dice no

Dopo le dimissioni di Okada, il principe Saionji Kinmochi — l’ultimo dei genrō, gli statisti anziani che consigliavano l’imperatore sulla scelta del Primo Ministro — si mise alla ricerca di un successore. Il nome più naturale era Konoe Fumimaro.

Konoe era un aristocratico tra gli aristocratici: discendente del clan Fujiwara (la potente famiglia che dominò la corte imperiale nell’era Heian), presidente della Camera dei Pari, giovane, capace, popolare sia tra l’esercito che tra il pubblico. Sembrava l’uomo giusto per tenere insieme un paese spaccato.

Ma Konoe rifiutò. Disse apertamente di non sentirsi sicuro nell’affrontare l’esercito che aveva appena seminato morte e terrore. Preferì aspettare, lasciare che altri si bruciassero, e raccogliere i pezzi quando sarebbe stato più sicuro. Un calcolo politico che si rivelerà azzeccato: tornerà alla guida del Giappone nel 1937, giusto in tempo per guidare il paese nella guerra totale.


Il governo Hirota Koki: l’esercito detta le regole

Al posto di Konoe fu scelto Hirota Koki, ex Ministro degli Esteri. Hirota era un diplomatico esperto, moderato, vicino alle posizioni del Ministero degli Esteri. Ma il suo governo durò meno di un anno (marzo 1936 — febbraio 1937), e fu segnato da un’umiliazione dopo l’altra.

La ristrutturazione dell’esercito

Dopo l’incidente di febbraio, l’esercito aveva bisogno di ripulire le proprie fila. I comandanti coinvolti — sia della fazione radicale Kōdōha che della fazione del controllo Tōseiha — furono rimossi dai ruoli attivi o costretti al ritiro. In apparenza, era una misura di disciplina. In realtà, creò una struttura in cui i comandanti veterani erano figure decorative, e il potere reale passò ai comandanti di medio livello — uomini come Umezu Yoshijirō, Mutō Akira e Ishiwara Kanji.

Erano giovani, ambiziosi, e convinti che il Giappone dovesse espandersi con la forza.

Il veto sulle nomine

Il nuovo Ministro dell’Esercito, Terauchi Hisaichi, interpretò il suo ruolo in modo aggressivo. Esaminò personalmente la lista dei ministri previsti da Hirota e bloccò chiunque avesse idee liberali o fosse considerato vicino a Gran Bretagna e Stati Uniti. Il governo non poteva formarsi senza l’approvazione dell’esercito.

I politici, nel frattempo, guardavano alla finestra aspettandosi spari. Come dice la trascrizione del video: “Potrebbe accadere un secondo o terzo incidente. La prossima volta potrei essere assassinato.” Sotto questa pressione silenziosa, opposizione e dibattito divennero impossibili.

Il ritorno al sistema dei ministri in servizio attivo

La mossa decisiva fu il ripristino del sistema dei ministri in servizio attivo (gen’eki bukan sei). In base a questo sistema, il Ministro dell’Esercito e il Ministro della Marina dovevano essere scelti tra i generali e gli ammiragli in servizio attivo. Sembrava una formalità tecnica, ma era una pistola puntata alla testa del governo: senza l’approvazione dell’esercito, nessun gabinetto poteva essere formato.

Il sistema era stato abolito negli anni ‘20 proprio per impedire ai militari di ricattare il governo. Ora veniva ripristinato, e con esso l’esercito acquisiva un diritto di veto su qualsiasi governo civile.


Il governo Hayashi Senjurō: un generale a Palazzo

Il governo Hirota cadde nel febbraio 1937. Il suo successore fu Hayashi Senjurō, un generale dell’esercito in pensione. I partiti politici — ormai ridotti a comparse — pensarono che un generale come Primo Ministro avrebbe potuto tenere buoni rapporti con l’esercito e forse controllarlo.

Non potevano sbagliarsi di più.

Hayashi sciolse la Dieta (il parlamento) e indisse nuove elezioni per l’aprile 1937, sperando di ottenere una maggioranza che sostenesse il suo governo. Ma le elezioni furono un disastro per lui: il partito filo-governativo ottenne pochissimi seggi, mentre i partiti tradizionali — il Rikken Minseitō e il Rikken Seiyūkai — mantennero la maggioranza.

Hayashi si dimise dopo soli quattro mesi. Il suo governo era stato un fallimento completo: non era riuscito né a controllare l’esercito né a governare attraverso il parlamento.


Il ritorno di Konoe: la guerra è vicina

Dopo Hayashi, Konoe Fumimaro — che aveva rifiutato la carica un anno prima — accettò finalmente di diventare Primo Ministro. Era il giugno 1937. Poche settimane dopo, l’8 luglio 1937, scoppiò l’incidente del ponte Marco Polo (Rokōkyō jiken), che diede inizio alla guerra totale tra Giappone e Cina.

Il Giappone era entrato in un regime di guerra completo. L’intervento politico dell’esercito, iniziato con il veto sulle nomine ministeriali, era culminato in un conflitto che avrebbe devastato l’Asia e portato il Giappone alla catastrofe del 1945.


Il meccanismo della presa di potere

Il periodo 1936-1937 mostra con chiarezza il meccanismo con cui l’esercito giapponese prese il controllo della politica nazionale:

  1. Il veto sulle nomine ministeriali — l’esercito bloccava chiunque non fosse gradito
  2. Il ripristino del sistema dei ministri in servizio attivo — il potere di sciogliere il governo
  3. L’imposizione di un generale come Primo Ministro — Hayashi, tentativo fallito di controllo
  4. La crescente militarizzazione — ogni nuovo governo scivolava più a destra del precedente

Non ci fu un colpo di stato vincente. Non ci fu una marcia su Tokyo. L’esercito non prese il potere con la forza: lo assorbì gradualmente, sfruttando la paura lasciata dall’incidente del 26 febbraio, e usando le istituzioni stesse per svuotarle di significato.


Cosa insegna questa storia

Il Giappone del 1936-1937 non cadde in una dittatura militare per decreto. Vi scivolò — attraverso la paura, il silenzio dei politici, la debolezza delle istituzioni e l’incapacità di opporsi a un esercito che aveva imparato a usare la minaccia della violenza senza doverla più esercitare.

Il sistema dei ministri in servizio attivo era la chiave di tutto: una riforma apparentemente tecnica, ma che di fatto affidava all’esercito il potere di vita e di morte su qualsiasi governo. Quando un’istituzione può scegliere chi la controlla, la democrazia è già finita — anche se nessuno ha ancora sparato.


Articolo basato sulla trascrizione e traduzione del video “【昭和時代】250 陸軍の政治介入!広田弘毅内閣と林銑十郎内閣” (L’intervento politico dell’esercito! I governi Hirota e Hayashi), arricchito con ricerche da fonti storiche. Video originale: YouTube.

Fonti principali:

  • Bix, Herbert. Hirohito and the Making of Modern Japan (2000)
  • Beasley, W.G. The Rise of Modern Japan (1990)
  • Large, Stephen. Emperor Hirohito and Showa Japan (1992)
  • Wikipedia — voci su Hirota Koki, Hayashi Senjuro, Incidente del 26 febbraio, Sistema dei ministri in servizio attivo
  • Wikimedia Commons — ritratto di Hirota Koki (https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Hirota_Koki.jpg)