La morte di Napoleone: Il cinque maggio
Il cinque maggio è l’ode composta da Alessandro Manzoni nel 1821, dopo la notizia della morte di Napoleone Bonaparte a Sant’Elena.
Il testo non è una semplice celebrazione politica. Parte dalla morte dell’imperatore, attraversa la sua grandezza storica, ne mostra la caduta e arriva a una conclusione religiosa: davanti a Dio, anche la gloria più alta diventa fragile.
Fonte del testo poetico: Wikisource, edizione 1881.
Strofa 1
Ei fu. Siccome immobile,
Dato il mortal sospiro,
Stette la spoglia immemore
Orba di tanto spiro,
Così percossa, attonita
La terra al nunzio sta,
L’apertura è fulminea: «Ei fu». Napoleone non è più una forza agente nella storia, ma un corpo senza vita. La terra intera, colpita dalla notizia, resta immobile come la sua spoglia. Manzoni dà subito alla morte un valore universale: non muore soltanto un uomo, ma una potenza che aveva occupato l’immaginario del mondo.
Strofa 2
Muta pensando all’ultima
Ora dell’uom fatale;
Nè sa quando una simile
Orma di piè mortale
La sua cruenta polvere
A calpestar verrà.
Il mondo resta muto davanti all’ultima ora dell’«uom fatale», cioè dell’uomo che ha inciso sul destino dei popoli. La sua impronta è enorme, ma la polvere che ha calpestato è «cruenta»: la grandezza napoleonica è inseparabile dalla guerra. Manzoni non assolve né condanna subito; registra lo stupore davanti a un evento irripetibile.
Strofa 3
Lui folgorante in solio
Vide il mio genio e tacque;
Quando, con vece assidua,
Cadde, risorse e giacque,
Di mille voci al sonito
Mista la sua non ha:
Manzoni dichiara la propria indipendenza. Non cantò Napoleone quando era potente, né si unì al coro nelle sue cadute e risalite. Il poeta prende distanza tanto dall’adulazione quanto dall’opportunismo. Proprio questo silenzio passato rende ora più autorevole la sua parola.
Strofa 4
Vergin di servo encomio
E di codardo oltraggio,
Sorge or commosso al subito
Sparir di tanto raggio:
E scioglie all’urna un cantico
Che forse non morrà.
La voce poetica nasce solo davanti alla morte. Manzoni non ha offerto «servo encomio» né «codardo oltraggio»: non ha lodato per convenienza, non ha insultato per paura o vendetta. Ora, commosso dallo sparire di un «raggio» tanto luminoso, può innalzare un canto funebre destinato a durare.
Strofa 5
Dall’Alpi alle Piramidi,
Dal Manzanarre al Reno,
Di quel securo il fulmine
Tenea dietro al baleno;
Scoppiò da Scilla al Tanai,
Dall’uno all’altro mar.
La strofa riassume l’estensione geografica delle imprese napoleoniche. Le Alpi, le Piramidi, il Manzanarre, il Reno, Scilla e il Tanai evocano campagne e domini vastissimi. Napoleone è rappresentato come un fulmine: rapido, irresistibile, quasi naturale. La sua azione supera la misura ordinaria della politica.
Strofa 6
Fu vera gloria? Ai posteri
L’ardua sentenza: nui
Chiniam la fronte al Massimo
Fattor, che volle in lui
Del creator suo spirito
Più vasta orma stampar.
La domanda centrale resta aperta: fu vera gloria? Manzoni rinvia il giudizio storico ai posteri. La poesia, però, si colloca su un piano più alto: davanti a Dio, la grandezza di Napoleone diventa un segno del mistero provvidenziale. L’uomo è straordinario, ma non autonomo: la sua potenza è letta come impronta concessa dal Creatore.
Strofa 7
La procellosa e trepida
Gioia d’un gran disegno,
L’ansia d’un cor che indocile
Serve, pensando al regno;
E il giunge, e tiene un premio
Ch’era follia sperar;
Manzoni entra nell’interiorità dell’ambizione. Napoleone è mosso dalla gioia tempestosa di un progetto immenso e dall’inquietudine di un cuore incapace di restare subordinato. Anche quando serve, pensa già al comando. Il potere raggiunto appare come un premio quasi impossibile, oltre ogni aspettativa razionale.
Strofa 8
Tutto ei provò: la gloria
Maggior dopo il periglio,
La fuga e la vittoria,
La reggia e il tristo esiglio:
Due volte nella polvere,
Due volte sull’altar.
La biografia di Napoleone è concentrata in una serie di opposti: gloria e pericolo, fuga e vittoria, reggia ed esilio. La formula conclusiva è memorabile: due volte abbattuto e due volte innalzato. La sua vita diventa parabola degli estremi, impossibile da ridurre a un solo giudizio.
Strofa 9
Ei si nomò: due secoli,
L’un contro l’altro armato,
Sommessi a lui si volsero,
Come aspettando il fato;
Ei fe’ silenzio, ed arbitro
S’assise in mezzo a lor.
Napoleone appare come arbitro tra due età: il mondo antico dell’ordine monarchico e il mondo nuovo nato dalla Rivoluzione. La sua sola apparizione costringe i secoli a voltarsi verso di lui. Manzoni gli attribuisce una funzione storica eccezionale: incarnare il conflitto tra passato e futuro.
Strofa 10
E sparve, e i dì nell’ozio
Chiuse in sì breve sponda,
Segno d’immensa invidia
E di pietà profonda,
D’inestinguibil odio
E d’indomato amor.
Dopo l’immensità dell’impero, la piccolezza dell’isola. Sant’Elena diventa il luogo del contrasto più duro: chi aveva dominato l’Europa è confinato in una «breve sponda». Attorno a lui sopravvivono sentimenti inconciliabili: invidia, pietà, odio e amore. Napoleone continua a dividere anche da prigioniero.
Strofa 11
Come sul capo al naufrago
L’onda s’avvolve e pesa,
L’onda su cui del misero,
Alta pur dianzi e tesa,
Scorrea la vista a scernere
Prode remote invan;
La similitudine del naufrago trasforma la caduta politica in esperienza esistenziale. L’onda che prima sembrava sostenere la speranza ora pesa sul capo e travolge. Napoleone, un tempo padrone del movimento storico, è ora sopraffatto da ciò che non può più governare.
Strofa 12
Tal su quell’alma il cumulo
Delle memorie scese!
Oh quante volte ai posteri
Narrar se stesso imprese,
E sull’eterne pagine
Cadde la stanca man!
Il vero peso dell’esilio è la memoria. Napoleone tenta di raccontare se stesso ai posteri, di fissare la propria immagine nelle «eterne pagine», ma la mano stanca cade. L’eroe militare diventa un uomo affaticato, costretto a misurarsi con il proprio passato più che con i nemici.
Strofa 13
Oh quante volte, al tacito
Morir d’un giorno inerte,
Chinati i rai fulminei,
Le braccia al sen conserte,
Stette, e dei dì che furono
L’assalse il sovvenir!
La scena è ferma e malinconica. Il giorno muore senza azione; gli occhi un tempo fulminei sono abbassati; le braccia conserte suggeriscono impotenza. Il ricordo dei giorni passati non consola: assale. La memoria diventa quasi una battaglia interiore.
Strofa 14
E ripensò le mobili
Tende, e i percossi valli,
E il lampo de’ manipoli,
E l’onda dei cavalli,
E il concitato imperio,
E il celere ubbidir.
Il passato ritorna nella forma della guerra: tende militari, valli colpite, truppe, cavalli, ordini rapidi, obbedienza immediata. Il ritmo stesso dei versi restituisce movimento. Il contrasto con l’immobilità dell’esilio è netto: ciò che fu azione pura è ormai soltanto ricordo.
Strofa 15
Ahi! forse a tanto strazio
Cadde lo spirto anelo,
E disperò: ma valida
Venne una man dal cielo,
E in più spirabil aere
Pietosa il trasportò;
La disperazione sembra possibile, forse inevitabile. Ma qui interviene la svolta religiosa: una mano dal cielo solleva l’anima affannata. La salvezza non viene dalla gloria, dalla politica o dalla memoria, ma dalla misericordia divina. Manzoni sposta il centro del testo dalla storia alla fede.
Strofa 16
E l’avviò, pei floridi
Sentier della speranza,
Ai campi eterni, al premio
Che i desidéri avanza,
Dov’è silenzio e tenebre
La gloria che passò.
La fede apre una via oltre la gloria terrena. I «campi eterni» e il premio che supera ogni desiderio appartengono a un ordine diverso da quello storico. Lì la gloria mondana, con tutto il suo rumore, diventa silenzio e tenebra. Il destino ultimo dell’uomo non coincide con la fama.
Strofa 17
Bella Immortal! benefica
Fede ai trionfi avvezza!
Scrivi ancor questo, allegrati;
Chè più superba altezza
Al disonor del Golgota
Giammai non si chinò.
Manzoni si rivolge direttamente alla Fede, presentandola come forza immortale e benefica. Se Napoleone, simbolo della massima altezza terrena, si inchina davanti al Golgota, allora la fede ottiene un nuovo trionfo. Il paradosso cristiano è centrale: la croce, segno di disonore umano, diventa misura della vera grandezza.
Strofa 18
Tu dalle stanche ceneri
Sperdi ogni ria parola:
Il Dio che atterra e suscita,
Che affanna e che consola,
Sulla deserta coltrice
Accanto a lui posò.
La chiusura affida Napoleone non al giudizio politico, ma a Dio. La Fede disperde le parole ostili intorno alle sue ceneri; il Dio che abbatte e risolleva, che affanna e consola, è immaginato accanto al letto dell’esule. La poesia termina nella misericordia: dopo la grandezza, la caduta e il ricordo, resta il mistero della presenza divina.